Pubblicato su Privée n°30
22.07.2010
Racconti Erotici / Il gabbiano sulla spiaggia

La spiaggia era deserta, almeno così le confidavano le sue orecchie. Canto di gabbiani, rifrangersi del mare sulla spiaggia. E il vento tanto forte che alzava pungenti nubi di sabbia e faceva fremere il lungo pareo di seta che indossava. Allargò le braccia per sfidare le maggiori raffiche possibili e illudersi di essere un gabbiano che si librava nell'aria, un po' combattendola, un po' lasciandosi trasportare dal caso. Cosa che nella sua vita non aveva mai fatto, nemmeno per le più piccole stupidaggini. Tutto doveva essere sempre pianificato e ben organizzato.
Nonostante il boato del vento sentiva che il suo angelo custode si stava avvicinando per riportarla in quella gabbia dorata che suo padre si ostinava a chiamare casetta al mare.
"Penso sia ora di rientrare signorina". Come al solito discreto ed efficiente.
"Dimmi una cosa, Gabriel, se ti chiedessi di portarmi a ballare o a bere qualcosa in un pub, lo faresti? Senza darmi del lei naturalmente!"
Gabriel la fissò negli occhi verdi come i prati d'Irlanda e scosse la testa senza rispondere.
Non gli aveva mai chiesto niente, consapevole che lui era uno scagnozzo di suo padre, aveva sempre fatto ciò che volevano gli altri per non mettere in pericolo la vita di nessuno.
Avrebbero potuto volerla morta, d'altronde era la figlia di un uomo politico influentissimo, ma sarebbe sicuramente morta senza aver mai nemmeno sfiorato un corpo maschile.
Presa da un impulso irrefrenabile strattonò il braccio di Gabriel e lo fece cadere di schiena sulla sabbia, poi gli bloccò le braccia e gli si sedette a cavalcioni.
Prima ancora che l'uomo potesse riprendersi gli aveva slacciato la cintura dei pantaloni ed era scesa con la bocca a cercare il centro della sua virilità.
Sentiva un odore acre, un profumo sconosciuto che le fece inturgidire i capezzoli contro la leggera stoffa del reggiseno. Cominciò a leccare come se si fosse trattato di un gelato, un gelato caldo e liscio, vellutato... Le mani che cercavano di contrastare quelle di lui che volevano scacciarla.
Con gli occhi chiusi e con l'adrenalina a mille stava davvero per prendere il volo come un gabbiano e forse per questo, cioè il pensare solo al proprio desiderio, non si accorse nemmeno che si era divincolato, l'aveva presa in braccio e la stava riportando a casa.
La mise a letto, le rimboccò le coperte e le porse un bicchiere di latte e whiskey che la fecero cadere in un sonno profondo.
Sognò di lui, caldo fra le sue mani, umido fra le sue labbra, col proprio bacino che cercava un contatto che fosse un agognato appagamento. Avrebbe riparato al suo eccesso di egoismo l'avrebbe fatto godere, poi avrebbe pensato a se stessa.
Le mani scesero a sfiorare il monte di venere, la sottile peluria bionda... Un dito le penetrò le carni inviolate e le strappò un gemito di piacere che la fece svegliare di soprassalto. Un uomo era nel suo letto, non era un sogno, e prima che potesse mettersi a urlare una lingua era penetrata nella sua bocca e le stava succhiando ogni alito di vita. Una mano forte, nerboruta, ruvida, le stava tracciando una scia di possesso sul corpo. E dove passava, col tocco dolce ma deciso, la pelle si incendiava come carta sfiorata dal fuoco. Gabriel l'aveva talmente sorpresa che le sue mani rimasero immobili. Non protestò quando le divorò il seno eccitato, quando le leccò il centro della femminilità, le mancò il fiato quando non volle urlare al momento dell'orgasmo, questo sconosciuto, e quando lui la penetrò, e quando lui le affondò dentro come un ossesso, e quando lui venne dentro di lei con un rantolo animalesco, e non disse niente quando lui se ne andò in silenzio coi pantaloni slacciati e la camicia in mano, madido di sudore e carico del suo odore.
Lo ritrovò che piangeva con le braccia larghe appoggiate contro una credenza, il fardello del disonore pareva pesargli come un macigno. Gli posò una mano delicata sulla schiena e lo costrinse a voltarsi. "Non volevo - le disse - ma ti desideravo da tanto".
Lei gli disse semplicemente grazie e cominciò a baciarlo come se da quello fosse dipesa la sua vita. Non le importava della barba che le graffiava le dolci gote, non le pesava il dolore della prima volta, non voleva lasciarlo andare e soprattutto voleva godere ancora, questa volta senza rimpianti, senza accuse e senza recriminazioni. Lo prese per mano e lo portò in piscina, gli massaggiò la schiena e poi cominciò a baciargli ogni muscolo, lo sfiorò con la lingua e poi coi capezzoli, lo graffiò, gli morsicò i glutei sodi, lo volle dentro di sé. Lo ottenne. Si aggrapparono l'uno all'altro per non lasciare sfuggire il momento, delicatezza, forza, virilità, femminilità in un cocktail perfetto.
Lei lo implorava, lui implorava lei.
"Non lasciarmi".
"Ti voglio".
"Ti sento".
Il dolore era appagamento dell'eccitazione, poi ci fu spazio per conoscersi reciprocamente. Un ritmo lento, come quello del rifrangersi delle onde, come lo sbattere d'ali dei gabbiani. Nessuno dei due pretendeva, entrambi volevano dare.
Rimasero per ore in uno stato di grazia immersi nel loro desiderio che pareva infinito.
Da quella volta non passò notte che i due non trascorressero a quella maniera, cercandosi a vicenda e trovandosi ogni volta in una maniera differente, ma trovandosi sempre.
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