Pubblicato su IF n°53
17.12.2009
Storie / La forza della materia
È una forza della natura”. Vulcanico, alla continua ricerca di un’idea, animato da un’energia vitale che lo accompagna quotidianamente e lo porta a fissare sulla tela, con gesti rapidi, storie, pensieri, momenti di vita. Pittore di successo e di grande talento, Alfonso Borghi, artista campeginese, ha esposto nei maggiori luoghi dell’arte contemporanea del mondo, da Parigi a New York, da Berlino a Milano. Il costante apprezzamento per la sua pittura può trovare trovare una spiegazione nelle parole di Giuseppe Amadei, critico e collezionista: “Le testimonianze dei più qualificati critici attestano la loro fascinazione per Borghi, per la sua straordinaria atmosfera di creatività, di effervescenza e di libertà stilistica: sono queste le doti e le qualità che convivono armoniosamente nel recinto misterioso di questo artista per il quale dipingere è davvero il modo migliore di esistere”. Da più di dieci anni Borghi ha trovato nell’Informale il porto sicuro in cui fare approdare il meglio del suo talento artistico. “Un Informale che sicuramente si potrebbe fare precedere dal Neo, sia per l’onestà e il coraggio con cui, a dieci anni dalle sue prime apparizioni, è ancora in grado di rivelarsi – ha sottolineato Vittorio Sgarbi -.” Definizioni a parte è difficile per chi fruisce di un’opera dell’artista campeginese non rimanere calamitati e conquistati dalla forza esplosiva della materia e dei colori: i rossi, i blu, gli ocra sembrano urlare tanto sono forti e vitali. Le sue tele prendono corpo a Caprara nel luminoso atelier, dove Borghi, oltre a dare concretezza alla sua forza creativa, organizza spesso serate con musicisti, poeti e scrittori. E nel suo studio - salotto, luogo di incontro di collezionisti, appassionati d’arte e amici, l’artista ci accoglie con grande affabilità e ospitalità, per parlarci – non disdegnando anche simpatiche incursioni nel dialetto reggiano - della sua pittura e della mostra allestita nell’Agenzia di Reggio Emilia delle Assicurazioni Generali. “Esporre le mie opere nella prestigiosa sede delle Assicurazioni Generali di Reggio Emilia è stato per me un onore – spiega l’artista di Campegine - . Ho aderito a questa idea con molto entusiasmo perché allestire una mostra negli uffici di questa importante compagnia di assicurazione frequentati quotidianamente da addetti e clienti è un evento moderno e nuovo. Portare l’arte nei luoghi di lavoro e non soltanto nelle gallerie o nei musei è molto stimolante. Già in passato avevo realizzato progetti espositivi di successo nelle sedi della Mercedes e della Bmw”.
Da tempo lei non espone a Reggio Emilia e la mostra in via Pansa può essere l’occasione per rinfrescarci le idee sul suo cammino artistico .
“L’allestimento nella sede delle Assicurazioni Generali permette di capire da dove nasce il mio modo di fare pittura oggi e qual è stato il mio lungo percorso artistico. Sono esposti alcuni pezzi molto significativi che spiegano i passaggi essenziali, i cambiamenti e le mutazioni che ho praticato in quarant’anni di attività. Oltre a numerose tele degli ultimi anni sono stati inseriti nella mostra anche alcuni quadri dei primi anni Settanta, che testimoniano i miei esordi con la pittura figurativa, e poi opere di ispirazione surreale e le tele espressionistiche degli anni Ottanta”.
Oggi la sua pittura è completamente cambiata, i suoi quadri assomigliano a bassorilievi fatti di materia e colore.
“Sono arrivato a creare questa pittura attraverso una mia ricerca, nata dal bisogno di dare forza al colore. Con i colori ad olio non riuscivo a creare la materia, allora ho cercato altri materiali, più gommosi, più rapidi da tirare, che mi hanno dato la possibilità di creare opere senza correre il rischio che crepassero, come succedeva quando si usava il gesso. Credo di essere stato fra i primi ad utilizzare questi nuovi mezzi e per me si è rivelata una interessante scoperta che mi sta restituendo riscontri molto positivi.
E poi oltre alla materia faccio uso di colori molto forti. Fin da bambino ho amato moltissimo i capolavori dei grandi pittori del Quattrocento e dentro di me c’è una forza che attinge naturalmente a una colorazione prettamente rinascimentale e al cromatismo dei nostri paesaggi padani, delle terre arate, del Po d’autunno, delle foglie rosse… Tutte tinte che ho ulteriormente accentuato e questo mi ha permesso di arrivare alla mia pittura.”
Una volta conclusa la mostra nella sede delle Assicurazioni Generali ha in serbo altri progetti espostivi da realizzare a Reggio?
“In questi anni ho lavorato in tutto il mondo, da New York a Bruxelles, da Londra a Ginevra, e ora credo sarebbe giusto ritornare nella mia città con un grande evento da realizzare in collaborazione con il Comune o con la Provincia in sedi rilevanti come gli Ex Stalloni o Palazzo Magnani. A Reggio, la mia ultima esposizione allestita in uno spazio pubblico, e non in gallerie private, risale al 1988. È arrivato il momento di organizzare qualcosa di nuovo e significativo. Molto probabilmente ci sarà anche un altro momento espositivo allo Spazio Gerra, ideato con Gianni Iotti, mio amico e collezionista dei miei quadri. Ho realizzato una sessantina di acrilici su pelle di capra che saranno venduti e il cui ricavato andrà in beneficenza per un’associazione umanitaria in Africa”.
Come è arrivato a esporre a New York?
“Ho affidato le mie opere in esclusiva a una delle più importanti gallerie di Italia, la San Carlo di Milano, che mi ha portato a esporre in tutta Europa e anche a New York. Anche se la mia prima esposizione nella Grande Mela andò in fumo. Dovevo partire il 12 settembre del 2001, avevo già spedito le opere e la mia mostra era già stata allestita al piano terra in un edificio adiacente alle Torri Gemelle. Non ho più avuto notizia dei mie quadri, che probabilmente sono andati distrutti in seguito al crollo delle Twin Towers”.
Scorrendo le sue biografie spesso si legge che lei è autodidatta.
“Sì, non ho fatto l’Accademia delle Belle Arti e ne sono orgoglioso. Alcuni dei miei colleghi più noti come Enzo Cucchi, lo stesso Burri, che era medico, e tanti altri si sono formati al di fuori del mondo accademico e credo che questo sia importante, perché se hai una forza dentro, un talento che la natura che ti ha donato imparando da insegnanti che sono pittori puoi perdere la tua inventiva. Magari, all’inizio si è un po’ ‘primitivi’, ma poi col tempo ci si forma e si matura”.
Quali sono i temi che animano la sua pittura?
“Spazio molto dalla poesia alla musica. Ho realizzato molte mostre importanti in Italia e all’estero interpretando poeti come William Blake, Emily Dickinson, Eliot, Dylan Thomas, Garcia Lorca e Dino Campana. Ho avuto la fortuna di conoscere e frequentare il critico, nonché poeta e scrittore, Roberto Sanesi -al quale sono stato legato da profonda amicizia e stima -, e insieme discutevano spesso di grandi poeti e così molte mostre sono nate dalle nostre conversazioni”.
E per quanto riguarda la musica?
“Il jazz è la musica dell’anima, viene “tirata fuori” in un attimo e suonata. E così è la mia arte. A differenza di una pittura concettuale dove è necessario fare uno studio, un disegno prima di portarlo sulla tela, io, devo far nascere subito dalla tela la mia pittura. C’è una grande simbiosi fra il jazz e il mio modo didipingere. Se io facessi degli studi prima di realizzare un’opera scaricherei su questi la mia forza e nel momento in cui li trasportassi sulla tela perderebbero di intensità”.
A Giuseppe Verdi lei ha dedicato una serie di dipinti riferiti al Nabucco al Rigoletto, al Trovatore, all’Otello e un grande ciclo ideato occasione delle Celebrazioni Verdiane. In che modo ha raggiunto una sintesi figurale della genialità musicale del Maestro?
“Verdi è un uomo della bassa e nelle sue liriche ritrovo le nebbie, il sole a picco d’estate, le luci della nostra campagna. Ho tolto alle opere verdiane il canovaccio, lasciando la musica e questo mi ha permesso di non essere subordinato a interpretazioni strettamente illustrative. Non ho pensato ad Aida che esce dalla prigione, ma mi sono ispirato alla musica e allora ho percepito e portato sulla tela i colori, le foschie della nostra terra. È questo quello che sento in Verdi’.
Per creare le sue opere dialoga con musicisti, poeti, autori ma nel 2005 è stato chiamato a confrontarsi con un altro tema: la giustizia.
“Nei corridoi della procura, una delle ali più frequentate del tribunale di Milano sono state esposte tre mie grandi tele, che rappresentano tre variazioni sul tema della Giustizia. È un’emozione incredibile sapere che le mie opere sono viste tutti i giorni da tantissime persone e affiancano quelle di grandi maestri come Sironi, Carrà, De Chirico, Fiume che fanno parte della ricca collezione del tribunale”.
Della sua arte hanno scritto in tanti: da Maurizio Calvesi a Luciano Caramel, da Vittorio Sgarbi a Roberto Sanesi. La critica d’arte riesce a spiegare la sua pittura?
“Non sempre. Quelli più attenti, come Sgarbi, hanno visto nelle mie opere uno stile nuovo. ‘Borghi sembra un pittore del Rinascimento arrivato al giorno d’oggi e che con i colori del ‘400 crea una pittura nuova’ – è come ha descritto la mia arte Vittorio. Chi invece ha fatto una presentazione solo di firma e ha sottolineato che sono informale non ha colto tutto il mio percorso artistico che affonda le radici anche nella figurazione. Se si guarda un mio quadro si leggono delle storie.
E questo non si può definire solo informale. La mia fortuna è quella di essere riuscito a crearmi una personalità artistica forte che mi permette di chiedere presentazioni ai critici più famosi”.
Nel suo atelier si può dire che Sgarbi sia quasi di casa.
“La prima volta che Sgarbi venne nel mio studio, di ritorno dalla mostra del Parmigianino, si sedette alla mia scrivania e appoggiò in grande libertà i piedi sul tavolo. Si sentì fin da subito molto a suo agio a casa mia, dove recentemente abbiamo anche presentato un suo libro in prima nazionale. Ci frequentiamo da anni e devo dire che lui ha un grande rispetto nei miei confronti”.
Non si è mai interrotta la sua energia creativa?
“Ogni tanto succede. E quando arriva l’ansia è il momento di andare a fare un giro, magari per le stradine della bassa reggiana.
Quando un quadro “non canta” sto male perché non riesco a esprimere quello che ho dentro, allora sento l’esigenza di cominciarne subito un altro. Se il risultato finale non può essere soddisfacente ho bisogno di rifare quello che ho fatto e addirittura capita che distrugga il lavoro che non mi è riuscito. Ad ogni modo se si presenta un problema devo risolverlo subito e caso strano in quei momenti nascono i capolavori. Questi spesso sono opere invendute, che girano da una mostra all’altra o giacciono in atelier, fino a quando vengono notati da un collezionista, che a quel punto li vuole acquistare a tutti i costi accrescendone così il valore. Mia moglie, che probabilmente possiede la collezione più importante delle mie opere ‘osa’ chiamare ‘scartini’ i quadri in giacenza, che in realtà sono tele di grande interesse artistico e che nel corso degli anni si sono rivalutate anche dal punto di vista economico. Basti pensare che nel ‘74 un mio quadro, che costava 400.000 lire, oggi è stimato intorno ai 12.000 euro!”
Qual è il suo segreto?
“Essere umile e stare coi piedi per terra. Mai montarsi la testa!”
Persone e storie
-
Chiedilo al dottor “Stranamore” su Privée n°9
-
Quanto sei suscettibile? su Privée n°8
-
Un attimo almeno su Privée n°8
-
Sex in the city su Privée n°8
-
Tra le lenzuola su Privée n°7
-
Chiedilo al dottor “Stranamore” su Privée n°7
-
Tati su Privée n°6
-
Sex in the city su Privée n°6
-
Aneta, 24 anni, studentessa su Trend n°6
-
Sono come tu mi vuoi su Privée n°5