C’era una volta, a Natale...
didi Valentina Ruozi
Luci psichedeliche e coloratissime, canzoncine remixate che si librano nell’aria delle boutique e dei magazzini invasi per lo shopping natalizio. Sotto l’albero? Regali di ogni genere avvolti da carte uni che ed immancabilmente trendy che si stagliano attorno a rami d’abete artificiali ed altamente pratici... Il Natale di ultima generazione si incontra e si scontra con i racconti incantati dei nostri nonni che da piccoli, accanto ai camini accesi e al ceppo che ardeva piano piano, ci facevano sedere sulle loro ginocchia e ci facevano volare- con voce carezzevole- in tempi lontani lontani in cui la fame e la miseria divoravano la società e in cui il Natale assumeva un significato particolare, colmo di calore e di magia.
LE ORIGINI DEL NATALE
“Sin dalla notte dei tempi – racconta Auro Franzoni, attore e fondatore del Teatro Popolare La Latteria - il giorno di Natale è stato collegato a culti e credenze pagane e religiose derivate dall’astronomia e dalla filosofia. Spesso ci si chiede se la magia che avvolge la notte di Natale sia un semplice frutto della fantasia popolare oppure se sia correlata a un’essenza di realtà. Ebbene…proprio nel periodo che circonda la notte del 25 si verifica il solstizio d’inverno ed è proprio in quest’epoca che il sole nasce a vita nuova; non è finita: la leggenda vuole che in questa notte sia nato anche Mitra, divinità paleocristiana appartenente alla religione militare e il Cristianesimo ha collocato proprio qui la nascita di Gesù. Il Sole, Mitra, Gesù... se accostiamo queste tre entità ci accorgiamo dell’estrema importanza che la nascita di ciascuna poteva ricoprire in epoche diverse all’interno della società. Non a caso la parola Natale esprime un senso di nascita e di vita. Probabilmente è proprio da qui che si diffonde la spiritualità di questo strano quanto atteso giorno ed è proprio qui che la magia conquista il suo trono tra i riti quotidiani e il calore familiare appartenenti soprattutto alla sfera contadina”.
USANZE E SUPERSTIZIONI
“Nella società patriarcale che è stata alla base della realtà reggiana fino al secondo dopoguerra – continua Auro Franzoni - la famiglia era un luogo in cui si riproponeva la struttura gerarchica sociale, soprattutto per ciò che concerneva la vita contadina. Il padre era considerato il capo e possedeva una solida autorità sulla moglie e sui figli: i padri di famiglia, ad esempio, erano gli unici ad avere diritto di mangiare nella sala da pranzo, mentre le donne e i bambini assumevano i pasti nella semplicità della cucina. Il giorno di Natale però ogni cosa cambiava, il mondo sembrava capovolgersi. Era proprio in questo momento infatti che le famiglie si riunivano a mangiare attorno al tavolo natalizio ed era proprio qui che i figli avevano l’occasione di sentirsi più vicini ai loro padri. Altra usanza largamente diffusa era collegata alla carità cristiana. La mattina del 25 dicembre, infatti, dopo la messa in Duomo, le famiglie ricche invitavano una famiglia povera per il pranzo di Natale compiendo così un gesto di caritatevole bontà cristiana.
La cosa che reputo però più affascinante di tutta questa strana atmosfera natalizia dei tempi passati, sono le superstizioni e i riti pagani legati alla tradizione contadina. Penso ad esempio al divieto tassativo di entrare nella stalla la notte di Natale. Il motivo ora potrebbe sembrare utopico e sciocco ma allora, credetemi, le persone erano altamente intimidite da questo pensiero. Si narrava infatti che durante quella notte gli animali iniziassero a parlare e a scambiarsi i propri commenti in merito al contadino, alla sua famiglia e al trattamento che i padroni avevano riservato loro durante l’anno; ascoltare una conversazione di questo tipo avrebbe portato un’enorme sfortuna al nucleo familiare in questione!
Non è finita: ricordo che mia madre il giorno di Natale sbucciava una cipolla, la sfogliava fino ad ottenere dodici fogli, li disponeva sulla tavola, battezzava ogni foglio con il nome di un mese dell’anno e li cospargeva ciascuno con due granelli di sale. La mattina seguente andava a controllare il risultato del suo lavoro e in base a come il sale si era sciolto a contatto con la cipolla, faceva una previsione climatica per ogni mese dell’anno”.
IL BANCHETTO NATALIZIO
“Nella Reggio di tanti anni fa – conclude il suo ricordo Auro Franzoni - il banchetto di Natale e il modo stesso di vivere la festività era una sorta di specchio della situazione economica e sociale di una famiglia. In linea generale una famiglia nobile poteva imbandire la propria tavola con cappelletti di brodo grasso di cappone, con lo zampone, il cappone bollito, il cappone arrosto ripieno di una colomba, a sua volta riempita da una pernice, per non parlare poi dei tanti dolciumi come i tortellini fritti e al forno, le spongate, le torte, i pasticcini e raramente anche il panettone, benché fosse un bene molto caro, forse troppo anche per i nobili. Nelle case della piccola borghesia del centro invece era molto sentita la cena della vigilia, forse ancora di più del pranzo di Natale. Sulla tavola serale comparivano i tortelli verdi, quelli di zucca e talvolta anche quelli di patate per non parlare poi di alcuni tipi di pesce acquistabili a basso prezzo come le sardine, le alici, lo stortino, la saracca, il baccalà, le trote o le orate. Anche qui erano poi immancabili i tortellini fritti e al forno con ripieno di castagne e di crema mentre per il pranzo di Natale si prediligevano i salumi più poveri come la mortadella o la coppa di testa (chiamata anche cicciolata) uniti agli immancabili cappelletti.
Il Natale dei contadini e dei mezzadri invece era proprio un Natale da poveri. Quasi sempre il cibo tipico del Natale era infatti lo stesso di ogni altro giorno dell’anno. Sto parlando inequivocabilmente della polenta che era alla base dell’alimentazione povera e che assunta univocamente poteva causare anche malattie psico-fische per denutrizione. Il Natale dei mezzadri non era però solo una festa povera di beni ma era anche una giornata triste in quanto nessuno poteva lavorare e quindi di conseguenza non vi era per quel giorno alcuna entrata di denaro.”
UN NATALE DA RICCHI…
Il Natale non è però scandito soltanto dall’usanza e dal costume di una città ma è soprattutto caratterizzato dal modo in cui ogni singola famiglia sceglie di vivere la festività in merito alle proprie abitudini e alla propria posizione sociale.
Ecco dunque due esempi tangibili e diversissimi che svelano le varie sfaccettature del 25 dicembre. “Sono nato nel 1934 – ricorda Gian Matteo Sidoli, volto del salotto domenicale di Telereggio - nel cuore del centro storico da una famiglia benestante e dall’impronta molto rigida. Purtroppo quando avevo solo 7 anni Reggio è stata invasa dalla guerra, come tutto il resto dell’Europa, ed essendo io figlio di un capo fascista, sono dovuto sfollare a Montecavolo assieme a mia madre nella splendida villa appartenente ai miei nonni paterni. Al contrario di quanto si possa pensare, però, questa villa non si rivelò un paese dei balocchi protetto dal freddo della guerra grazie al calore e all’affetto familiare: i miei nonni erano severi e molto legati ai loro ritmi…di certo un bambino vivace come lo ero io non poteva che sconvolgere la loro quotidianità. Ben presto poi alla villa arrivarono i tedeschi che fecero della nostra dimora la sede del comando e così noi fummo costretti a trasferirci nella dependance. Dei Natali di quegli anni ricordo il buio dell’oscuramento, i visi cupi dei miei cari, mio padre che mancava da casa e che non vedevo da ormai tre anni, la rigidità e l’impostazione della mia famiglia, ricordo che anche il presepe, che negli anni precedenti aveva costituito un simbolo tradizionale del mio Natale, era scomparso dal salotto e che non esistevano più né un banchetto di Natale, né i piccoli balocchi che a 4 o 5 anni trovavo vicino al camino. L’unica cosa che ricordo era la tendenza quasi ossessiva della mia famiglia a recitare il rosario nella cappella della villa e questa religiosità quasi estrema che però non lasciava spazio al calore umano di cui un bambino ha necessariamente bisogno”.
...E IL NATALE BORGHESE
Molto più modesti, dal punto di vista economico, ma molto più caldi da quello umano sembrano essere stati i giorni di Natale vissuto da Luciano Serra, poeta e scrittore, che racconta così le festività della sua infanzia: “Sono nato a Reggio nel 1920 da una famiglia della piccola borghesia, figlio di un impiegato postale. Nella mia infanzia ricordo giorni di Natale semplici, in casa, allietati da un alberello con appesi mandarini, torroncini, cioccolatini e palloncini colorati, da un piccolo presepe decorato da muschio e statuine fatte a mano, da una cometa e da tanti angioletti festosi. Ricordo un pranzo allegro e preparato da mia madre che era un’ottima cuoca. Il nostro era un Natale della tradizione familiare – continua Serra - della piccola borghesia e veniva dopo le calze di santa Lucia e prima di quelle della Befana che si faceva attendere sempre con lo stesso grande punto interrogativo: quest’anno saranno doni oppure carboni? La mamma diceva che i contadini uccidevano il maiale e legavano i tronchi degli alberi con delle piccole corde per scongiurare la febbre e come augurio per i buoni raccolti. Il babbo diceva a me e a mio fratello che il Natale è un santo glorioso e noi ridevamo, ridevamo… Il nostro era un Natale semplice, questo è vero, magari addolcito da qualche piccolo wafer che allora chiamavamo Mignin e da qualche buffetto sulle guance che la mamma ci riservava davanti al focolare acceso… ma lo ricordo con gioia, con il sorriso sulle labbra, anche se ormai sono passati più di 80 anni”.