Pubblicato su IF n°52
29.10.2009
Storie / E io mi sbattezzo
Se una scomunica “latae sententiae” non vi impressiona poi così tanto e siete tra i forzati del cattolicesimo, coloro che cioè pur facendo parte a tutti gli effetti della Santa Romana Chiesa per effetto del battesimo, non vi si riconoscono, lo “sbattezzo” può fare al caso vostro.
Non un contro rito, come il termine potrebbe indurre a pensare, ma l’esercizio formale di un vero e proprio diritto alla cancellazione degli effetti civili del battesimo, che secondo una sentenza del 1958 definisce chi è battezzato suddito della Chiesa.
In sacramento del battesimo, come noto, viene somministrato quando si è molto piccoli il che finisce per renderlo una scelta fatta da altri.
Proprio il principio secondo cui, di fatto, si entra a far parte di un’organizzazione senza aver dato il proprio consenso è uno dei principali motivi che spinge un numero crescente di cattolici a chiedere lo sbattezzo.
Richiesta ufficiale di cancellazione dai registri parrocchiali ai sensi del Testo unico sulla Privacy, per essere sbattezzati basta inviare una raccomandata al parroco della chiesa nella quale si è ricevuto il battesimo.
Il parroco, ricevuta la richiesta, ha l’obbligo di annotare sul registro accanto al nome del richiedente la sua volontà di non essere annoverato tra i battezzati e di rispedire al mittente una notifica.
Con questo atto non si cancella il battesimo in sé, ma si assume una posizione ben definita e si comunica alla Chiesa che non si vuole più essere considerati suoi sudditi.
Una presa di posizione netta, insomma, nei confronti di una Chiesa Cattolica spesso considerata troppo invadente nella vita del cittadino laico.
Ma quando e dove nasce questa pratica?
Fano, 1984: si costituisce “l’Associazione per lo Sbattezzo”.
Essa rilascia, a quanti ne facciano richiesta, un vero e proprio attestato di sbattezzo, che però, particolare non secondario, non ha alcun valore legale.
Una cosa però è certa, l’Associazione introduce un termine, lo “sbattezzo” appunto, da allora inserito a pieno titolo nel vocabolario degli italiani.
Si deve al contrario a Luciano Franceschetti, segretario negli anni ‘90 dell’UAAR (Unione atei e agnostici razionalisti), il riconoscimento del diritto di poter non far più parte della Chiesa Cattolica. Grazie alla nozione di dati sensibili, introdotta nella legge sulla Privacy nel ‘96, Franceschetti fece ricorso al Garante contro l’arciprete di Padova che si rifiutava di cancellarne il nome dal registro parrocchiale.
Il Garante - pur non accettando il ricorso perché la notifica dell’avvenuto battesimo è paragonabile ad un fatto storico, documentabile e quindi non cancellabile - riconobbe il diritto ad una annotazione a margine del registro ad indicare l’avvenuto cambiamento di opinione dell’individuo e l’impossibilità di utilizzare i dati a fini statistici o per contatti con l’interessato. Al momento, non esistono dati certi circa i nuovi sbattezzati, data anche l’impossibilità di fare riferimento alle statistiche della Chiesa Cattolica non sempre risultate attendibili.
Quello che appare evidente, è però, un generale aumento di richieste di informazioni da parte di molti italiani ad indicare un interesse all’approfondimento, trasversale, da parte della popolazione.
A visitare e commentare i numerosi blog sorti sull’argomento ed il sito di riferimento dello sbattezzo www.uaar.it non sono solo coloro, infatti, che si dichiarano apertamente atei o agnostici.
La testimonianza di uno sbattezzato
Salvatore Caporale nasce 28 anni fa a Reggio Emilia.
Laureato in ingegneria delle telecomunicazioni, svolge attualmente attività di ricerca presso l’Università di Bologna nell’ambito dell’elaborazione digitale di segnali.
Referente UAAR per Reggio Emilia ha deciso di “uscire” dalla Chiesa Cattolica dalla porta d’ingresso. Come? Niente di più semplice, si è fatto sbattezzare.
Perché si decide di farsi sbattezzare se, di fatto, non essendo credenti, non si attribuisce alcun senso al battesimo ricevuto?
“Poiché la Chiesa Cattolica applica il “pedobattesimo” ossia il sacramento del Battesimo ai bambini, è possibile che si avverta, una volta adulti, la necessità di volere esprimere la propria estraneità ad una scelta magari non condivisa o che comunque, potendo scegliere, non si farebbe”.
Come è nata, invece, in te questa esigenza?
“Il mio è stato un percorso di maturazione durato diverso tempo.
Da cattolico praticante quale sono stato, ho avuto la possibilità, attraverso lo studio e la documentazione, di venire a conoscenza di fatti relativi alla mia fede che mi hanno destabilizzato. Continuando la ricerca, tramite l’analisi di fonti storiografiche, queste incongruenze riscontrate hanno avuto un effetto domino, cominciando a farmi mettere in discussione le cose nelle quali fino a quel momento avevo creduto.
La mia formazione scientifica mi ha aiutato in questo senso poiché mi ha fornito, di fatto, un ‘metodo’.
Credo che alla luce di studi imparziali si possa fare una scelta più autonoma e lucida”.
In base alla tua esperienza, quali sono, se ve ne sono, ostacoli da parte dei parroci rispetto a questo genere di richieste?
“Purtroppo, paradossalmente, proprio nel mondo della chiesa spesso vige molta disinformazione.
Capita di sentire parlare di parroci che sono totalmente all’oscuro di questa possibilità e che quindi non sanno bene come muoversi.
Opposizioni vere e proprie non ne ho mai riscontrate anche perché si otterrebbe un effetto di pubblicità rispetto allo sbattezzo, effetto che, chiaramente non hanno interesse a far venire a galla. Può capitare che al massimo un parroco, non sapendo come agire, si rivolga alla curia la quale si occuperà di istruirlo su come espletare la pratica.
La legge stabilisce 15 giorni come tempo limite per ricevere la risposta, diciamo che statisticamente entro un mese la pratica è espletata”.
Come referente UAAR di Reggio Emilia, chi ti chiede più frequentemente informazioni sulle pratiche di sbattezzo o addirittura manifesta la volontà di volerlo fare?
“I giovanissimi sentono molto questa esigenza.
Molti mi hanno chiesto informazioni in merito ed hanno intenzione di farlo. In realtà non esiste, per legge, un’età minima per potersi sbattezzare, ma credo sia opportuno farlo solo dopo avere raggiunto una certa consapevolezza. Si parla dei 16 anni ma, il buon senso, mi suggerirebbe anche la maggiore età.
In fondo non vi è un’urgenza in tal senso, è importante invece nasca da un percorso consapevole più che da un istinto momentaneo magari di rivalsa nei confronti della Chiesa”.
Anche quest’anno si è tenuta la giornata dello sbattezzo, quali credi siano i meriti più evidenti di una manifestazione del genere?
“Più che di sbattezzo parlerei di bonifica statistica, il termine sbattezzo temo non renda bene il senso complessivo di questa giornata.
L’obiettivo principale risiede nell’avere la possibilità di ottenere dei dati relativi al fenomeno che diversamente purtroppo non si avrebbero.
Non esistono archivi informatici. In occasioni come queste ci si conta o almeno si tenta di farlo date le difficoltà varie che si possono incontrare”.
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