Pubblicato su IF n°48
20.05.2009
Storie / Da Novellara alla PFM
Se sentite pronunciare il nome di Gianluca Tagliavini, probabilmente non vi dirà nulla, se non una chiara omonimia con il famoso tenore nostro conterraneo. Non è un'associazione del tutto sbagliata, visto che siamo sempre in ambito musicale: vi diciamo allora che Gianluca è uno dei tastieristi italiani più apprezzati, che si è formato nella nostra provincia e ha suonato sui palchi di tutta Italia. La sua carriera ha spiccato il volo tre anni fa, dopo essere entrato in pianta stabile nella Premiata Forneria Marconi, meglio nota come PFM, uno dei gruppi rock più importanti e longevi di sempre. Lo abbiamo incontrato durante una pausa dell'infinito tour della Premiata, e si è mostrato gentile e sempre disponibile a raccontarci la sua grandissima esperienza.
Gianluca, partiamo dagli esordi....
"Bè, esordio è una parola grossa, diciamo che ho iniziato ad appassionarmi alla musica fin da bambino grazie ai dischi dei miei genitori, come succede spesso. In casa mia c'erano dischi di Beatles, Kinks, Procol Harum e moltissimi altri. Da lì mi sono appassionato e ho iniziato a suonare l'organetto Bontempi e una chitarrina che c'era in casa. Poi ho frequentato le scuole comunali di musica a Novellara, il mio paese, per imparare il solfeggio e le basi della tecnica pianistica. Quando avevo dodici anni, nel 1982, mia madre chiamò il direttore del conservatorio di Parma per proporre il sottoscritto come allievo, ricevendo risposte incoraggianti. Ma alla fine non ci andai, perché mi sarei dovuto trasferire in un'altra città, praticamente ancora bambino, con mia madre che non aveva la patente e mio padre che era spesso via per lavoro. Aggiungi anche che i mezzi di trasporto non erano quelli di oggi..."
Sarà stato un grosso dispiacere...
"Certo, ma non è finita qui! Tre anni dopo decisi finalmente di iscrivermi al conservatorio, nella fattispecie il Peri di Reggio Emilia. E sai cosa mi hanno risposto? Che ero troppo vecchio. La direzione del Peri ha deliberato che ero troppo vecchio per poter iniziare un percorso musicale con loro. Avevo 15 anni! Mi son detto: Ok, le cose stanno così? Allora mi arrangio da solo."
Come?
"Sì, ho continuato da solo lo studio del pianoforte, ascoltando tantissima musica e suonando i dischi che mi piacevano, spesso con metodi poco ortodossi, ma che allora erano la regola. Ho avuto anche la fortuna di passare un periodo a Radio Novellara, dove tentavo di fare lo speaker (ride, ndr). Avevo a disposizione tantissimi vinili di ogni genere di musica, che puntualmente passavo su cassetta per ascoltarli ( e suonarli) a casa."
Quindi tu suonavi, come si dice in gergo, "dietro" ai vari Deep Purple, Black Sabbath, Emerson Lake & Palmer, Uriah Heep, Traffic...
"Certo! I dischi di una volta (specialmente quelli dei Deep Purple) erano particolari perché erano mixati in maniera tale che, ad esempio, si sentiva la chitarra nel canale destro e il basso (o l'organo) nel canale sinistro. Utilizzando l'amplificatore stereo, io regolavo il bilanciamento del suono agli estremi, così da eliminare l'organo di Jon Lord (tastierista dei Purple, ndr). Poi, utilizzando due piastre a cassetta, di cui la seconda era spesso in prestito da un amico, con un cavetto jack collegavo la tastiera allo stereo, e suonavo io sopra la canzone. Virtualmente ero uno dei Deep Purple! Erano altri tempi..."
Quando ti sei reso conto che la musica poteva diventare la tua professione?
"Io ho sempre desiderato suonare professionalmente, e ho avuto fortuna. Dopo gli studi, ho lavorato prima in un'officina e poi come magazziniere in un'azienda di Carpi. Nel frattempo sono anche diventato uno dei fonici del leggendario Studio Seltz. Poi nel novembre 1992 persi il lavoro, e ebbi la fortuna di essere contattato di lì a poco da un gruppo cover, Robertini e i Delinquenti, che proponeva un tributo ai Police (Adesso Robertini è il manager dei Sonohra, ndr). Con loro iniziai un tour praticamente infinito, perché avevamo un circuito di 25-30 locali, prevalentemente nel nord Italia, dove suonavamo continuamente. Da quel momento in poi iniziai a suonare per vivere".
E poi che successe?
"Come molti musicisti, anche noi avevamo iniziato a scrivere brani nostri. All'inizio era quasi uno scherzo, ma poi ci siamo resi conto che alla gente piaceva quello che suonavamo, e abbiamo perseverato. Partecipammo ad un concorso Yamaha per gruppi emergenti, e vincemmo. Come premio, abbiamo avuto l'opportunità di volare in Giappone per partecipare ad una sorta di Sanremo, con artisti provenienti da tutto il mondo. Non abbiamo vinto, ma al ritorno la Sony Music volle sentire i nostri brani, che ebbero riscontro positivo, e ci mise sotto contratto. Con un cambio di nome (semplicemente ‘i Delinquenti') e di formazione (era subentrato l'allora bassista di Ligabue, Luciano Ghezzi), abbiamo inciso il disco ‘Anime In Cerca di Guai' e iniziato l'iter della promozione. Anche se ci siamo resi conto subito che il miglior veicolo promozionale erano i nostri concerti. All'epoca riuscivamo a fare 2-3 spettacoli a settimana, il che vuol dire più di 140 concerti all'anno, una cifra pazzesca in confronto al giorno d'oggi. Abbiamo imparato anche a nostre spese quanto fosse difficile ottenere qualcosa dalle case discografiche. Noi sapevamo per certo che i nostri pezzi piacevano e la gente li richiedeva, ma la Sony non ci promuoveva abbastanza e ci utilizzava solo per far girare il denaro, per far vedere che era attiva, che lavorava. Le case discografiche si attivano veramente solo con i grandi nomi, che garantiscono vendite cospicue. All'epoca uno di questi era Michael Jackson. Vendemmo 10mila copie grazie esclusivamente ai nostri concerti. Poi subentrarono anche screzi e problemi personali, e l'avventura finì".
Non hai smesso comunque di fare musica.
"Certo che no! Ho continuato a suonare nei locali con altre formazioni, e successivamente (parliamo del 2000) sono venuto a contatto con la Music Academy (scuola americana avente la sede italiana a Bologna) e con Michele Luppi, cantante dei Mr. Pig. Grazie a loro ho conosciuto il manager Paolo Sburlati, che si occupa dei seminari musicali di Ian Paice (batterista dei Deep Purple) e di Carl Palmer (batterista di Emerson, Lake & Palmer). Sono così diventato il tastierista di accompagnamento per le clinics (come le chiamano gli addetti ai lavori) di questi grandi artisti. Si partiva con una ‘lezione' in cui l'artista spiegava le sue esperienze, le sue caratteristiche peculiari nell'approcciarsi allo strumento, i suoi trucchi; poi si concludeva con un concerto di un'ora e mezza, ed è lì che entravo in scena io. Dopo la prima volta che ho conosciuto Ian e Carl, credevo fosse un onore suonare con loro anche solo per una volta. Invece, per fortuna, siamo andati avanti per 5 anni (Gianluca ha anche suonato con altri grandi come Glenn Hughes e Tony Martin dei Black Sabbath, ndr). Oltre ad essere musicisti straordinari, sono persone squisite, e hanno sfatato il mito dell'inglese medio, sempre altezzoso e con arie di superiorità. Per loro il motto era: suoniamo insieme e divertiamoci, e se consideriamo che hanno più di 60 anni e hanno suonato dovunque, gli fa onore. Proprio da Carl ho ricevuto il più bel complimento che potessi immaginare: durante l'allestimento di uno spettacolo a Rovigo, ha lasciato la batteria che stava montando, è venuto da me e mi ha detto: Luca, tu sei l'unico italiano che non suona da ‘italiano'. Poi è tornato alla batteria e abbiamo iniziato a suonare. Lui ha suonato con tutti i più grandi musicisti rock, e apprezzava così tanto i miei suoni da elogiarmi così... È stata un'emozione".
E come arriviamo all'ultima parte della tua carriera?
"A Trieste, nel 2004, proprio durante questi seminari con Carl Palmer, ho incontrato Franz Di Cioccio (batterista della PFM) e Iaia De Capitani, sua moglie e manager. Franz era in città per un concerto con la PFM ed era passato a vedere Carl, suo amico e collega di vecchia data. Abbiamo trascorso insieme due giorni piacevoli, poi la questione si è conclusa lì. In apparenza, perché un anno dopo il tastierista storico della band, Flavio Premoli, si dovette operare d'urgenza, con alle porte un tour americano già programmato: allora Franz pensò subito a me e mi contattò. Ovviamente accettai, e in una settimana mi dovetti imparare il repertorio della band, e dopo solo due pomeriggi di prove (!) partimmo per la prima data, al teatro di San Paolo del Brasile. Fu un'emozione unica suonare davanti a più di 4000 persone, e ricordo che l'adrenalina non svanì per tutta la durata del concerto."
Ci furono problemi all'inizio?
"Trovarsi con musicisti che suonano insieme da quasi 40 anni non può essere semplice. Era come ripercorrere in pochi mesi quello che loro avevano provato per anni; infatti il chitarrista Franco Mussida nutriva più di un dubbio riguardo al sottoscritto, mentre Franz invece si fidava di me e mi "sponsorizzava", per così dire. Poi anche Mussida si è reso conto che il mio background non poteva essere il suo, e viceversa, e che questa unione, seppur forzata, poteva funzionare. C'è da notare comunque che non ero del tutto a digiuno di PFM, anzi con il mio complessino adolescenziale suonavamo, o per meglio dire tentavamo (ride), "Celebration" e "Chi Ha Paura Della Notte". In seguito Flavio (Premoli) decise di lasciare definitivamente la band a causa di problemi di salute e si dedicò alla sua grande passione, le colonne sonore. Quindi io sono diventato un membro effettivo della PFM. Ciò ha causato qualche malumore tra i fans nostalgici, ma nel complesso va tutto bene."
Una bella sensazione...
"Certo, considerando anche che la PFM è uno dei pochi gruppi al mondo che ha il calendario aperto, il che vuol dire che non abbiamo un programma di concerti definito, ma continuiamo a fissare date continuamente; dove c'è la possibilità, suoniamo. Poi questo è un anno particolare, perché ricorre il decennale della scomparsa di Fabrizio De Andrè, la cui storia è legata a doppio filo con quella della PFM (andatevi a riascoltare i due volumi del disco "In concerto" del '79, e se non ce li avete, comprateli! Ndr). Quindi l'85% dei concerti che faremo sarà imperniato sui brani di Fabrizio. Abbiamo in repertorio anche il classico concerto PFM, con una sorta di best of della band, e lo spettacolo "Stati Di Immaginazione", ideato da Iaia de Capitani, dove suoniamo live musiche strumentali a commento di filmati proiettati sul palco."
Sei soddisfatto del tuo percorso musicale, o ritieni di poter migliorare?
"Io chiedo costantemente a Marco (il fonico della PFM) di riempirmi l'iPod di musica nuova, perché mi piace scoprire sempre realtà differenti. Da parte mia, non ho più tempo di esercitarmi come facevo 15 anni fa, ma in compenso mi sto avvicinando alla chitarra, che suono da mancino pur essendo destro. Ne ho comprate alcune e adesso mi capita anche di suonare un'acustica ai concerti PFM."
Gianluca è un fiume in piena, si vede a occhio nudo che avrebbe aneddoti a profusione fino allo sfinimento. Ci lasciamo con la promessa di rivederci al prossimo concerto dalle nostre parti. "Magari - continua Gianluca - solo che qui da noi ormai non ci sono più locali dove suonare, stanno chiudendo tutti. A Reggio ho avuto la fortuna di conoscere amici e musicisti fantastici, e suonare con loro mi diverte sempre, perché posso esprimermi in libertà, senza obblighi, limiti e restrizioni, con le quali per forza di cose devo fare i conti suonando con la PFM".
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