Pubblicato su IF n°47
20.04.2009
Raggi X / Voglia di leggerezza
reggianissimo, ma è nato in Argentina. E, forse non proprio casualmente, il Primo maggio, nel 1953. Entrato in politica passando attraverso il mondo cattolico, Lino Zanichelli ripercorre i suoi ricordi e analizza lucidamente pregi e difetti dell’uomo che sta dietro al politico, senza tirarsi indietro di fronte alle domande più personali. Dimostrando una sensibilità ed un candore che non ci si aspetterebbe di trovare in chi, di mestiere, si occupa di politica.
Nato da genitori italiani, padre di Federico, Zanichelli ha ricoperto vari incarichi politici e amministrativi: presidente dell’Usl di Guastalla; assessore alla cultura del Comune di Boretto; consigliere e poi vice presidente della Provincia di Reggio Emilia con delega a bilancio, programmazione e ambiente. Dal ‘92 al ‘99 è stato segretario provinciale prima del PDS e poi dei Democratici di Sinistra di Reggio. Eletto nel 1995 in Consiglio comunale a Reggio Emilia, ha svolto il ruolo di capogruppo dei DS. Eletto in Regione nel 2000, è stato presidente del gruppo “Democratici di Sinistra”. Rieletto nel 2005 e nominato assessore all’ambiente e sviluppo sostenibile della Regione Emilia-Romagna, si è dimesso da consigliere per lasciare il posto in Assemblea alla prima dei non eletti. E’ presidente dell’associazione “Linea di confine per la fotografia contemporanea”.
Chi è l’uomo Lino Zanichelli?
“Una persona abbastanza riservata e dunque poco ‘personaggio’. Una persona che nella sua vita ha fatto le sue scelte ed i suoi errori e se n’è assunto le responsabilità. In politica come nei rapporti sentimentali ed umani”.
Cosa ricorda prevalentemente della sua infanzia?
“Gli spazi dell’Argentina dove sono nato e ho vissuto sino ai sette anni. Mi sembravano infiniti ed in Italia ho pensato sempre di essere stato rinchiuso nel piccolo. Qualche decennio dopo, tornando in Argentina, li ho trovati più normali. Ero più grande io”.
Qual è stato il suo primo mestiere retribuito?
“Ho lavorato per lo più per la politica e l’amministrazione. Il mio primo stipendio però l’ho guadagnato lavorando in campagna. Figlio di un casaro, ho lavorato per molti anni nel caseificio e nella pulizia delle porcilaie dei suini. Eliminarne la puzza di dosso era la fatica maggiore”.
Da giovani normalmente si ha un sogno nel cassetto. Il suo qual era?
“Diventare ingegnere e progettare macchine moderne ed ingegnose. Ciò che è diventata poi la robotica viveva nelle mie fantasie. Immaginavo di costruire macchine capaci di sostituire il lavoro dell’uomo. Smontavo oggetti meccanici e mi compiacevo di riuscire a rimontarli. Qualche volta causavo guai non riuscendovi”.
Dove si forma politicamente?
“La famiglia è stata importante. La nonna materna e suo fratello sono stati fondatori del PCI, una parte della famiglia emigrò in Sudamerica anche per motivi politici. Un fratello di mia madre, bersagliere, si tolse la vita sconvolto nel corpo e nell’anima dopo la campagna di Russia del 1943. Conservo le sue lettere originali. Tutti elementi che mi hanno portato, nel fervore dei movimenti del ‘68-69, ad impegnarmi in politica. Sono passato però all’interno dei movimenti cattolici della Bassa Reggiana. La mia formazione è quindi piuttosto complessa”.
Una persona a cui deve molto?
“Purtroppo l’ho capito tardi perché ci siamo parlati poco, ma mio padre è stato molto importante per le mie scelte. Qualche tempo prima della sua morte ho registrato una lunga intervista in cui mi ha raccontato la sua vita. Marinare la scuola per andare a lavorare e portare a casa qualcosa da mangiare alla famiglia numerosa, sei anni di guerra tra Grecia e campi di lavoro in Germania, l’emigrazione in Argentina e la professionalità di un maestro casaro. Parlare poco e guidare gli altri con l’esempio. Questo è stato il suo insegnamento”.
C’é un evento che ha influenzato la sua vita?
“La malattia di mio fratello, gravemente handicappato dai primi anni di vita. Le sue condizioni di salute ci hanno riportato in Italia dall’Argentina dopo pochi anni dalla nascita ed mi hanno condizionato tutta l’infanzia. La mia buona salute mi ha dato diversi sensi di colpa. Le mie scelte sociali nascono anche di lì”.
Un valore in cui crede in senso assoluto?
“La giustizia. E’ forse il valore che mi ha spinto a compiere le scelte più importanti della mia vita”.
Una sua virtù?
“Ho sempre cercato di mantenere la coerenza tra le mie idee e lo stile di vita. Quando ho avuto difficoltà nel farlo o non ci sono riuscito, ho sofferto molto”.
Un suo difetto?
“Una certa discontinuità tra i momenti di entusiasmo e quelli di disillusione. Che mi inducono per lo più ad un grande attivismo, ma a tratti mi rallentano”.
La qualità che preferisce negli uomini?
“La franchezza. A volte la franchezza di un interlocutore mi ha ferito, ma nel tempo l’ho rivalutata perché è sempre preferibile all’ipocrisia”.
....e nelle donne?
“La sensibilità. A volte le donne la nascondono e questo non le aiuta a rafforzare quello che considero un valore aggiunto”.
Una dote naturale che vorrebbe avere?
“Vorrei essere più ‘leggero’. Credo che le mie zavorre siano le vicende familiari ed una sensazione di provvisorietà delle radici che colpisce chi ha vissuto in luoghi lontani tra loro”.
Un suo rimpianto?
“Non aver coltivato a sufficienza gli studi e quella passione per i progetti d’ingegneria che sognavo da ragazzo. In compenso ho tradotto questa impostazione nella politica: ho sempre cercato di guardare al progetto, al disegno generale, più che alle singole parti”.
Un suo merito?
“Credo di aver sempre operato nelle mie responsabilità per dare coesione e unire le persone. Alcuni parlano in senso critico di ‘mediatori’, ma la sintesi è una delle fatiche più importanti della vita politica. Ho anche sempre pensato che Reggio abbia una grande qualità nella sua gente. I dirigenti dovrebbero ricordarlo. Siamo tutti più o meno bravi, ma anche sostituibili. Chi se lo scorda rischia il delirio da vertigini”.
Piangere, per un uomo, secondo lei è un segno di debolezza?
“No. Anche se a me succede più per la gioia che per il dolore. Ho la tendenza a tenere dentro le paure e le ansie e questo non fa troppo bene”.
Cosa detesta di più?
“La mancanza di professionalità. Vedo troppe persone prodighe di critiche e di consigli nei confronti del prossimo e meno dedite a far bene il proprio lavoro. Vorrei che ognuno di noi si impegnasse di più con l’esempio”.
Il regalo più bello che ha ricevuto?
“L’ultimo. Una saetta d’oro lavorata a mano. Un segno d’amore per una freccia che ha colpito nel segno”.
Cosa cambierebbe in se stesso nel fisico?
“Quando correvo i 110 ostacoli, mi mancava la falcata per i tre passi tra gli ostacoli. L’altezza mi ha condizionato anche se 1,75 non è una statura scarsa”.
Cosa cambierebbe nel suo modo di essere?
“Vorrei essere più duro e determinato quando serve. Farlo è necessario per il bene delle proprie idee. La politica però mi ha aiutato molto a migliorarmi”.
Qualcosa che abitualmente fa con tanto piacere?
“Mi piace viaggiare e visitare le città. Cerco di farlo con regolarità perché mi arricchisce molto. Un’abitudine è quella di rendere omaggio alla tomba degli uomini di cultura e degli autori che amo di più”.
Il suo ricordo più bello?
“Quando è nato mio figlio Federico. Mi sembrava una cosa straordinaria: lo stress e l’emozione mi hanno fatto ammalare e mi hanno portato la febbre a più di 38 gradi”.
Una voglia che vorrebbe soddisfare?
“Passare alcuni mesi in Argentina per riassaporare finalmente la mia infanzia senza la fretta che ha caratterizzato i miei ultimi viaggi. Rientrato in Italia nel 1960 ci sono tornato solo nel duemila. E’ stata un’emozione enorme soprattutto perché ho rivisto due cugine, Adriana e Susana, che erano state mie compagne di giochi. Dopo tre giorni sembrava che non ci fossimo mai separati”.
Ha un sogno ricorrente?
“Il volo. Io mi alzo in volo e nonostante il peso e la fatica riesco a rimanere in aria. Sotto di me la meraviglia della natura”.
Ha un hobby che l’appassiona?
“Ho avuto diversi hobby. La fotografia, l’attività subacquea, la bicicletta. Adesso ho poco tempo e devo rinunciare a tante cose. Negli ultimi tempi ho rafforzato una mia vecchia mania, catalogare e conservare le carte. Per questo spesso chiedono a me informazioni su episodi passati perché ho buona memoria e un ricco archivio. Oggi gli scanner e l’informatica aiutano e fanno sì che il mio driver Lacie di 160 gigabyte sia ormai quasi pieno di dati”.
Ama la musica?
“Molto. Tutta. Tutti i cantautori italiani, De Andrè in particolare”.
Il suo film preferito?
“Difficile rispondere. ‘Million dollar baby’ di Clint Eastwood tra gli ultimi”.
Un attore che per il ruolo prevalentemente interpretato stima o invidia?
“In questo momento apprezzo Sean Penn, un attore molto bravo ed intenso”.
Un libro che ricorda in maniera particolare?
“Le memorie di Adriano’ di Marguerite Yourcenar. Amo la lettura e trovo sempre difficile la selezione per rispondere a questo tipo di domande”.
Una cosa che la spaventa per se stesso o per gli altri?
“Le malattie. Hanno condizionato la vita dei miei cari. La buona salute non mi ha impedito di nutrire di tanto in tanto qualche preoccupazione, anche con un po’ di eccesso”.
Il personaggio storico più ammirato?
“Ho sempre amato molto la figura di Antonio Gramsci. Per il suo approccio intellettuale alla politica e al movimento cui ho aderito e anche per la durezza delle prove nella sua vita privata”.
Il personaggio storico più detestato?
“Ce n’è più d’uno, ma scelgo Juan Peron. Un dittatore populista molto amato in Argentina, ma tra i principali responsabili dei disastri storici di quel paese”.
Un aneddoto particolare? Qualcosa che nessuno sa di lei?
“Nonostante le ‘pesantezze’ di cui ho parlato, mi piace il gioco e lo scherzo. Da Segretario PDS ospitai una cena in cui Massimo D’Alema premiava lettori della Mondadori che gli avevano scritto. Io ero il padrone di casa e sedevo tra Giorgio Bocca e lo stesso D’Alema. Una delle premiate, una signora di mezza età che non mi conosceva, mi chiese: ‘Scusi lei è Arnoldo Mondadori?’ ed io con un sorriso: ‘No signora, io sono… Zanichelli’. Qualche tempo dopo ci ridemmo su con Arnoldo Mosca Mondadori ed Alda Merini, poetessa ricoverata per molti anni in manicomio, cantando in forma liberatoria ‘Pazza idea’ su un palco della festa dell’Unità di Bologna. Mi viene in mente un altro piccolo episodio. Mi capitò di lavorare per qualche mese con un dirigente bolognese dal carattere notoriamente difficile, Mauro Zani. Dovendo gestirne il malumore un giorno ebbi a dirgli: “Caro Mauro, io ormai sono Chelli…. quello che resta di Zani”.
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