Mercoledì 10 marzo 2010
Costume

Archeologia / "Barbari" saccheggiati da barbari nella necropoli longobarda di Castellarano

di James Tirabassi

Nel settembre del 1971, di ritorno da un’escursione a Montebaranzone (MO) dove con l’amica Annita Malavasi (Laila) ero andato a cercare fossili, transitando per Castellarano decisi di effettuare un sopralluogo sul pianoro di Ca’ di Tullio che da qualche tempo subiva l’espansione edilizia del paese e, di tanto in tanto, riservava qualche sorpresa. Ai piedi di quella zona sia Gaetano Chierici che Mario Degani avevano peraltro recuperato, nell’Ottocento e nel dopoguerra, vari corredi di tombe “barbariche”.
Con grande sorpresa ci trovammo di fronte a un ampio sbancamento realizzato per costruire una larga strada di quartiere. Il cantiere era frequentato da diversi curiosi che si erano recati sul posto per vedere i resti di dodici tombe a fossa le cui pareti erano delimitate da ciottoli e il loro fondo era in nuda terra o lastricato da pietre e laterizi di età romana. Essendo allora un semplice collaboratore volontario dei Musei Civici mi limitai a constatare che dieci delle tombe erano già state esplorate abusivamente e dal loro interno era stato asportato sia l’eventuale corredo che … il defunto! Le due rimanenti, invece, contenevano ancora lo scheletro: una era intatta e coperta da lastre di arenaria e risultò poi priva di corredo; l’altra era stata parzialmente scavata e conservava al suo interno un bel bicchiere in vetro verdognolo, con fondo concavo, che recuperai e consegnai ai carabinieri del luogo. In seguito, grazie ad accurate indagini, gli addetti dell’Arma consegnarono ai Musei Civici, oltre al bicchiere, alcuni oggetti trovati a casa di “appassionati” di storia locale: un coltello di ferro, una fibbia di bronzo, cinque grani da collana in pasta vetrea gialla tipo “Grancia” e una moneta di bronzo quasi illeggibile, ma collocabile nei primi secoli dell’Impero romano. Purtroppo questa piccola necropoli di età longobarda, successivamente datata al VII secolo, così saccheggiata fu una delle tante occasioni perse per conoscere i caratteri che tale popolazione aveva nel nostro territorio. Dicevo una delle tante perchè già i ritrovamenti precedenti, che hanno restituito reperti ben più significativi di quelli testè descritti, furono sempre frutto di scavi ben poco scientifici. Ed anche in seguito, nel 1976 e 1978, la Società di Archeologia Reggiana ebbe modo di recuperare due tombe: una di esse aveva un corredo piuttosto ricco, ma era già stata in parte “esplorata” dai proprietari del terreno, mentre l’altra risultò in parte divelta dall’aratro.
La prima di queste conteneva alcuni oggetti in bronzo: due belle armille a capi ingrossati e decorati, tre anelli con incastonati cabochon in pasta vitrea e due semplici anellini. C’erano inoltre un coltello a serramanico in ferro, la cui custodia, decorata, è invece in bronzo e una collana con elementi in paste vitree policrome e ialine, alternate ad altre di tipo “Grancia”. La seconda aveva per corredo solamente una fusaiola in pasta vitrea variegata.
Ora pur sapendo da tempo, grazie ai numerosi ritrovamenti, che Castellarano fu un importante presidio Longobardo, sarebbe stato interessante poter non solo scavare scientificamente le tombe trovate nei due secoli scorsi e magari recuperarne integralmente tutti i corredi, ma anche effettuare studi antropologici sui resti umani rinvenuti.
Sappiamo infatti che questo popolo comprendeva al suo interno varie etnie che intercettò lungo la sua calata in Italia, fra cui gli Àvari, un popolo dell’oriente europeo, documentato di fatto a Castellarano, secondo i medievisti, proprio dal corredo della tomba trovata nel 1976. Sappiamo inoltre che in diversi casi gli scheletri presentato tracce di morte violenta come potrebbe documentare una delle tombe del 1971 in cui il cranio stava isolato all’altezza del bacino. Dico potrebbe perché, in realtà, la caotica dislocazione di parti anatomiche all’interno della fossa può essere causata dalla profanazioni di coevi “tombaroli” o anche da deposizioni successive all’interno dello stesso loculo con conseguente accatastamento dei defunti precedenti contro le sponde del sepolcro.
In ogni caso l’immagine che possiamo trarre dai rinvenimenti di Castellarano è sfuocata e confusa e sarebbe ben consona a questo popolo dei “secoli bui” che rientra fra quelli “barbari” delle antologie scolastiche, se barbaro realmente fosse stato. In realtà lo fu solo rispetto al grande ed efficiente Impero romano che lo precedette. Basta infatti esaminate i complessi corredi delle tombe della necropoli di Nocera Umbra per rendersi conto delle capacità artigianali ed artistiche di questo popolo e della sontuosità delle loro parure (corni potori in vetro, sgabelli pieghevoli in avorio, vasellame in bronzo, gioielli, else di spade, selle e bardature per cavalli guarnite di oro e argento riccamente lavorati). E ancora: si può andare al Museo del Duomo di Monza per ammirare la cosiddetta “croce di Agilulfo”, o passare per Brescia e vedere l’incredibile croce di re Desiderio, ultimo re longobardo, nella splendida cornice del monastero di S. Giulia, constatando così l’imponenza di quel regno che la mostra del 2000 sui Longobardi, realizzata proprio in questa magnifica sede, aveva ben evidenziato.
Insomma se questi “barbari” fossero stati meno saccheggiati dai barbari dei nostri tempi forse avremmo un concetto ben più alto di un popolo che per noi è stato “invasore” e almeno inizialmente nemico, ma che merita tutto il rispetto che la sua cultura materiale suggerisce.
Un popolo che se non si fosse scontrato con il potere temporale della Chiesa e di conseguenza con Carlo Magno (binomio che ne decretò la fine), secondo Indro Montanelli e Roberto Gervaso, sarebbe stato in grado di trasformare l’Italia in Nazione.