Pubblicato su Weekend n°11
11.03.2010
Cinema / Un “Invincibile” scarso

Facciamo un'ipotesi azzardata. Diciamo che un regista in assoluto tra quelli che amiamo di più abbia già passato l'apice della sua parabola autoriale, e che oggi, forze, idee, pubblico, voglia venendo meno, stia pian pianino eclissandosi al riparo della sua interminabile panoplia di successi. Diciamo, ad esempio, e per onestà, che lo scorso "Gran Torino" non fosse affatto un capolavoro indimenticabile, ma un film tutto sommato piccolo piccolo, che se avesse portato la firma di un altro regista sarebbe stato difficilmente notato, e magari distribuito nel nostro stivale due o tre anni dopo la produzione. In questo modo, il significato dell'attuale "Invictus" si spiegherebbe senza troppe difficoltà; un film maturo, uno dei soggetti migliori su cui disporre (tra Eastwood e Ron Howard, ormai, è il monopolio delle storie vere), attori straordinari e anche in piena forma artistica, per un risultato tutto sommato anodino e telefonato.
Scarso lo spessore culturale, scarsissima la definizione dei personaggi, che rimangono bidimensionali, appena accennati, a tutto vantaggio dello spazio che, nel vuoto così venutosi a creare, si conquista il messaggio del valore liberatorio e formativo dello sport, inteso come catarsi e momento di riscatto. Il che va bene, ma certo tra le mani di un autore capace di sensibilità e di un taglio personalistico, a livello quasi di Terzo Occhio, risulta un po' pochino.
A salvare pienamente il film, ovvio, intervengono performance professionali di livello eccellente fornite da autori, tecnici ed interpreti in grado di offrire un livello stellare, e va da sé che lo spettacolo vale il prezzo del biglietto, come sempre. Ma gran parte del possibile miracolo svanisce, risucchiato nella ovvietà della trama e del suo sviluppo prevedibile e diretto come un treno su rotaia. Troppo poco? No; ma non aspettatevi il miracolo.
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