Giovedì 11 marzo 2010
Attualità

Lo Sfregio / Il Pd, Sanremo e la Juventus

di Al Vetriolo

Povero Pd. Ricorda sempre più da vicino il Festival di Sanremo: i giovani farebbero a cazzotti pur di cantarci, così come gli ex big della canzone, quei "c'era una volta" che ormai da decenni vivono su quel singolo successo di anni, decenni fa, e che sognano una chance, un palcoscenico nazionale per cercare di ritornare sulla cresta dell'onda. Ma i grandi, quelli veri, non vogliono essere accostati al festival della città dei fiori nemmeno per sbaglio. Allo stesso modo da un lato ci sono gli under quaranta Mirko Tutino e Federico Amico che scalpitano per cercare di entrare nel novero dei cinque che si contenderanno un posto di consigliere regionale (anche perché lo stipendio non è proprio da precario alla pressa...), oppure gli over 60 come Laura Salsi, alla ricerca di una nuova occasione politica. Mentre i big, i Vasco Rossi, o i Romano Prodi, col cavolo che si fanno incantare, al punto che per trovare un candidato sindaco in sostituzione del fedifrago con soldi pubblici (di questo è accusato Delbono, accuse tutte da dimostrare, per carità) il partito sta faticando davvero ben oltre il previsto.

Immagine Il Pd, Sanremo e la Juventus
Il problema, a pensarci bene, è un altro, e cioè che questo Pd somiglia anche a qualcos'altro: alla Juventus. Stessa voglia di voltare pagina dopo una batosta (calciopoli per la Juve, le elezioni per il Pd); stessa voglia di ricostruire partendo da un allenatore buonista (là Ciro Ferrara, qui Walter Veltroni) che avrebbe nelle intenzioni avrebbe dovuto conquistare vittorie a suon di sorrisi; stessa classe dirigente scollata dalla realtà (là degli imprenditori digiuni di pallone, qui dei politici digiuni di vita vera...); stessi flop degli uomini e dei giovani più rappresentativi (Diego e Felipe Melo, qui i vari Bersani e Delbono).
Ma, soprattutto, in entrambi i casi si assiste alla triste rappresentazione di un allenatore ombra: se, infatti, Zaccheroni sta tenendo caldo il posto ad un altro, secondo i dettami del grande vecchio Marcello Lippi, che è disposto a passare sopra i disastri attuali pur di portare avanti il suo progetto che lo vede rientrare in società il prossimo anno, allo stesso modo nel Pd si consuma la "tragedia" politica di un segretario che lavora secondo le direttive del grande vecchio Massimo D'Alema, disposto a far subire le peggiori sconfitte al suo partito purché il suo potere rimanga comunque ben saldo.
E, alla fine, è questa l'unica differenza: ultras e società sono disposti a perdonare, ma fino a un certo punto, perché vincere è più importante di Marcello Lippi. L'elettorato del Pd, invece - per fortuna di D'Alema e dei dirigenti del Partito Democratico -, sembra essere molto, molto, molto più paziente....