Venerdì 30 luglio 2010
Prosa

Teatro / Una lezione dalle Terre di Confine

di Luana Salvarani Immagine Una lezione dalle Terre di Confine


Sulle eccezionali qualità tecniche, espressive, interpretative del violino di Gidon Kremer non è il caso di pronunciarsi ulteriormente: le conosciamo tutti. Forse non tutti conoscevano invece Khatia Buniatishvili, la pianista georgiana di 23 anni che ha suonato con la Kremerata Baltica nel concerto di domenica scorsa, 31 gennaio, al Valli. Un suono fluido e perlato, una varietà di tocco rara nei pianisti giovani, ma soprattutto un'intelligenza di lettura (senza birignao né modernismi inutili) che ha ridato nuova vita ai due concerti di Haydn in programma, quello in Re maggiore op. 21 e quello "doppio", col violino solista, in Fa maggiore. Considerate, gentili Lettori, che per le musiche da Haydn a Beethoven compreso, a noi di solito piace solo il fortepiano, oppure le esecuzioni anteriori agli anni Sessanta, di quei pianisti che prima di essere strumentisti erano uomini (Cortot, Rubinstein, Wilhelm Backhaus, e gli altri). Ecco, la Buniatishvili ci ha regalato di nuovo il piacere di quelle esecuzioni, con tutta un'altra estetica ma la medesima - non sapremmo come altro definirla - dignità.
Non sorprende che un'interpretazione di questo tipo, né passatista né filologica, ma felicemente postfilologica, sia proposta in un programma della Kremerata Baltica, un gruppo che fin dalle origini ha caratterizzato le proprie scelte nella direzione della più totale libertà storica ed estetica. In questo la Kremerata, come una decina d'anni fa il Kronos Quartet, è una delle avanguardie della necessaria battaglia per la "de-specializzazione" del repertorio. Molto aiuta anche il contributo di autori baltici nuovi, da sempre presenti nei programmi concertistici del gruppo (in questa serata, un pezzo della giovane Raminta Serksnyte e uno del già affermato Pelecis). Intendiamoci, cari Lettori: questa non è la "nostra" musica. Non siamo grandi adepti del lirismo e neppure del genere neotonale. Tuttavia, questa musica è viva, e non rinuncia a rispondere a necessità linguistiche da troppo tempo trascurate. Certo, la tonalità è morta e sepolta. Ma anche l'atonalità con tutto ciò che ne è conseguito. Un'intera "storia della musica occidentale" si è chiusa. Finalmente liberi! E della libertà di costruzione del programma ha dimostrato di godere anche il pubblico, che ha accolto con entusiasmo sia i brani annunciati, sia la coppia di bis a base di trascrizioni di tango, eseguiti con tensione e abilità tecnica stellare.