Venerdì 3 settembre 2010
Costume

Archeologia / Il sito neolitico di Loghetto

di James Tirabassi

Loris Braglia, uno dei tanti appassionati d’archeologia, di cui ho già avuto modo di parlare a proposito del tesoretto monetale del Quinzio (IF maggio 2007), prima di rinunciare alla vita, ebbe modo di segnalarmi alcuni suoi ritrovamenti e fra questi il sito neolitico di Loghetto, posto ad ovest di Sant’Ilario d’Enza, ma in comune di Gattatico.
Una domenica dell’estate 1985 mi telefonò entusiasta dicendomi di aver trovato nel greto del torrente Enza una tomba di inumato, di età neolitica, venuta in luce dopo l’ultima piena.
Era quindi urgente, a suo avviso, un mio sopralluogo perché la sepoltura doveva essere salvata prima che un nuovo evento fluviale la distruggesse.
Nel giro di un’ora fummo entrambi sul luogo dove potei constatare che Loris aveva da tempo scavato i resti di una struttura conservatasi su un lembo di suolo neolitico ben evidente sulla sponda destra del torrente (in seguito mi confessò di averla esplorata l’anno precedente). Nel frattempo le piene avevano quasi completamente abraso ciò che restava del livello antropizzato residuo. Al disotto del suolo, invece, parte di uno scheletro umano sporgeva dalla sezione  naturale messa in luce dall’erosione. Anche qui Loris, con il suo anomalo strumento di lavoro (una spatola per tagliare il formaggio), aveva parzialmente esplorato il residuo di tomba. A questo punto, dato che metodologicamente tutto il danno possibile era stato fatto e che della tomba restava ben poco, decisi di recuperarla immediatamente.
Dello scheletro rimaneva parte della testa e alcune vertebre. Accanto al cranio Braglia aveva già recuperato una bellissima lama, ottenuta mediante scheggiatura indiretta “a pressione”.
Pressione che fu impiegata anche per troncarla ad una delle estremità.
Attorno al collo aveva varie conchigliette forate (gasteropodi della specie Columbella rustica) certamente utilizzate per realizzare una piccola collana e una punta in osso.
I reperti recuperati da Loris nel 1984, poi consegnati ai Musei Civici, stando a quanto da lui narrato giacevano all’interno di una depressione dell’antico suolo profonda soli 20-30 cm, e ampia circa 2-3 metri.
E’ quindi probabile che si trattasse di un residuo di struttura abitativa o di uno scarico di materiali gettato a colmare una modesta anomalia lenticolare dell’antico piano di calpestio.
Le ceramiche non sono molte ma relativamente ben conservate e tipologicamente significative poiché ben inquadrabili nella fase “meandro-spiralica” della Cultura dei Vasi a Bocca Quadrata (V millennio a.C.). Oltre alle ceramiche d’impasto decorate con file di semplici unghiate trascinate oppure con linee incise abbiamo anche diversi frammenti di ceramica fine, di colore nero, ben lisciata e decorata sia con motivi realizzati mediante la tecnica del graffito, che dell’incisione o dell’excisione (asportazione di parte dell’argilla dalla parete del vaso).
Le sintassi decorative sono piuttosto ricche e caratteristiche del momento più maturo della fase: sulle scodelle a bocca quadrata troviamo fasci di linee zig-zaganti sia semplici che a “filo spinato”, bande composte da triangoli tratteggiati e, almeno in due casi, la decorazione excisa.
Sulle ollette e su vari frammenti parietali di vasi, la cui forma non è ricostruibile, sono presenti anche le ricche decorazioni caratteristiche della fase, quelle “meandro-spiraliche”, sia graffite che excise.
Abbiamo infine un frammento di uno di quei piedistalli che sembrano essere serviti per sorreggere oggetti di pregio, fino a poco tempo fa considerati semplici coperchi di pissidi: ha caratteri del tutto simili a quelli di uno splendido esemplare trovato a Vecchiazzano (Forlì).
I manufatti in pietra sono molto pochi e ancor meno gli strumenti veri e propri (alcuni raschiatoi, un bulino, un incavo e un doppio becco, la cui sagoma è simile a quella di una cuspide di freccia) ma la selce usata, oltre che dalle Prealpi, proviene anche dall’Appennino, poiché erano presenti alcuni ciotoletti tipici dei depositi pleistocenici dei primi colli emiliani. E’ poi presente una lametta in ossidiana di ottima qualità proveniente molto probabilmente da Lipari. L’ossidiana nel Mediterraneo si trova infatti in sole tre isole: Sardegna, Lipari e Palmarola. Quella di Palmarola è di scarsa qualità, mentre quella della Sardegna e soprattutto quella di Lipari sono eccezionali.
Insomma questo ricco contesto archeologico, residuo di un abitato neolitico spazzato via dai capricci dei torrenti Enza e Termina, (quest’ultimo poco più a monte attualmente confluisce nel primo), testimonia la vulnerabilità dei territori posti sul ventaglio conoidale che dallo sbocco del corso d’acqua in pianura si estendo fin dove esso inizia a scorrere incassato e meandreggiante.
Sono certamente aree intensamente abitate nella preistoria per la ricchezza d’acqua, di terreni sciolti facilmente lavorabili, di fauna e di essenze legnose, ma anche aree sottoposte alla violenza dei fiumi che a seguito delle piene e dei movimenti tettonici (quelli cioè che riguardano la crosta terrestre) mutava gradualmente ma inesorabilmente corso a destra o a manca, seppellendo o erodendo i vecchi sedimenti e con essi i resti dei nostri antenati che qui al Gazzaro il caso ha voluto preservare e restituirci.