Pubblicato su IF n°53
17.12.2009
Boni e cattivi / La maledizione della politica italiana
Una sorta di maledizione incombe da tempo sulla politica in Italia. Fino ad ora, infatti, non è stato possibile vedere un Centro-sinistra in grado di inquadrare in modo convincente il berlusconismo, evitando di oscillare tra l’invettiva moralistica a copertura del vuoto di strategia e un atteggiamento “responsabile” di fatto equivalente ad una mal dissimulata acquiescenza. Le coalizioni di Prodi rispondevano a logiche neofrontiste, difensive e vocate a squagliarsi per assenza di una vera strategia condivisa. La maledizione non è affatto casuale, viene da conti non fatti, dal mancato coraggio di guardare alle storie e alle identità delle componenti politico – culturali e di rielaborarle consapevolmente, sapendo della storia di questo paese, delle costanti che l’hanno attraversata. Essa è succube di un giudizio, persistente nonostante gli schiaffi che ha subito, che ha voluto vedere in Berlusconi un’anomalia passeggera, una malattia di un corpo sano, una parentesi indebita.
Se si riflette sulla natura di questo giudizio, ci si può accorgere che si tratta dello stesso giudizio che la vulgata della tradizione antifascista ha riservato al fascismo: un’intrusione, una deviazione occasionale, una maleficio traditore. È questo stesso giudizio che ha messo in difficoltà un intero patrimonio democratico, disarmandolo e costringendolo sulla difensiva. In realtà, come tanti studi hanno mostrato, il fascismo ha capitalizzato una possibilità radicata nell’intera vicenda storica dell’Italia moderna, dalla Controriforma, con il conseguente affossamento dell’etica civile, alla decadenza dei due secoli successivi, alle modalità, tardive e centralizzatrici, della formazione di uno Stato moderno, affetto dalla ristrettezza delle sue basi sociali, dalla debolezza della tradizione liberale, dal vulnus del “Non expedit” ecclesiastico, dal ribellismo delle forze popolari immesse tardivamente nella sfera politica. Culturalmente, l’Italia ha pagato il conto del prevalere dello statalismo implicito nella tradizione idealistica, della quale si è paradossalmente nutrito anche il PCI, ciò che ne ha fatto l’eccezione che conosciamo ma che al dunque ha impedito un decorso positivo della sua inevitabile crisi.
Sono questi i nodi che ancora premono. Anche per il cattolicesimo democratico valgono considerazioni simili. Cresciuto nell’antifascismo resistendo alle pressioni di un papato – quello di Pio XII – puntello del regime, nutrito da elaborazioni quali quelle di Jacques Maritain e Theillard de Chardin, produsse elaborazioni di grande spessore con personalità come Costantino Mortati, Giuseppe Lazzati, Aldo Moro. Con il Concilio Vaticano II trovò l’avvallo a lungo inseguito. Oggi questa tradizione vive compressa, in politica fatica a trovare voce; i cattolici, infatti, subiscono le pressioni e i ricatti del ritorno autocratico della linea opposta, quella della Controriforma.
È così accaduto che grandi tradizioni si siano insabbiate; esse non dialogano apertamente neppure con se stesse, conservano semplicemente l’inerzia di un passato più rimosso che rielaborato. Se riflettono, ciò accade come se la politica fosse la dimensione propria dei palazzi e dei poteri, quando il vero problema viene dalla nostra storia e consiste nella precaria forza politica della società civile. Con queste premesse, gli attacchi a Berlusconi, visto che non hanno effetto, rafforzano i veleni immessi con ferina continuità nella convivenza civile.
Guardiamo al dibattito sulle istituzioni: l’offensiva contro gli equilibri costituzionali trova risposte solo difensive, come se i pesi e i contrappesi fossero un bilanciamento di palazzi, quando invece la loro radice storica è legata all’iniziativa della società civile, che con quegli assetti ha voluto difendere se stessa dal dominio.
C’è qualcuno che si accorge del progredire della stessa convergenza che sostenne il regime fascista? Oppure c’è ancora chi spera che l’effimera frattura emersa durante le schermaglie estive sulle abitudini postribolari di Berlusconi siano durature? Se esiste un PD che conta su questa Chiesa o su parti di essa per scalzare Berlusconi, è un PD autistico. Guardate cosa sta accadendo sulla scuola, sul testamento biologico: prove di regime. Chi ha visto l’immoralità devota reggere il crocifisso, se ancora disponeva di buon gusto e di senso etico, non ha potuto fare a meno di avvertire un irresistibile moto di ripugnanza.
Uno degli epicentri della maledizione ruota attorno a questi equivoci, non comprenderlo potrà essere letale. Le cosiddette “primarie” hanno avuto un esito fortunato: è stata evitata la tragicomica contrapposizione tra il voto degli iscritti e quello degli elettori, dopo una lunga fase di introversioni infarcite anche di colpi bassi. Adesso, con Bersani, si gioca l’ultima chance. Tre milioni di votanti volontari sono una risorsa, ma il capitale può volatilizzarsi se le energie che si sono mobilitate non avranno modo di lievitare sulle questioni vere e concrete che assillano l’Italia.
Se la defezione di Rutelli parla solo della sua pochezza (uno che esce perché non ha vinto il “suo” segretario è un politico ridicolo), dal punto di vista dell’identità e della strategia le “primarie” non hanno certo colmato il vuoto che preesisteva. Un tempo, ad esempio, la questione meridionale era un tema della sinistra; ora è di Raffaele Lombardo. Stessa collocazione aveva il tema del decentramento e del federalismo, ora fatto proprio dalla Lega assieme alla critica del centralismo culturale e linguistico. Temi come la laicità, la questione morale connessa al governare, stavano a sinistra, ora vagano senza ancoraggio; dei diritti civili parla senza remore il solo Gianfranco Fini.
Il PD è da ricostruire; solo una strategia storicamente avvertita può mettere alla prova senza alibi le eredità presenti nel partito. Il perno è costituito da una risposta - sono parole di Bersani – alla riduzione della società civile a tifoseria. Per i cattolici del PD è pronta la trappola del testamento biologico. È diventata, questa, una questione decisiva.
Se prevarrà, come sembrano volere il Vaticano e gran parte del PDL, il linguaggio del regime, la logica di guerra di religione, la scossa sarà di serie proporzioni. Riprodurre una passiva mediazione tra componenti equivarrebbe ad un nuovo suicidio: la prima vera sfida per il PD di Bersani è anche quella determinante.
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