Mercoledì 10 marzo 2010
Costume

Archeologia / L'ultimo mare... padano

di James Tirabassi

Le forti pressioni della “zolla” africana contro quella europea, tema purtroppo attuale in questo periodo a causa degli interminabili eventi tellurici che stanno distruggendo una delle regioni più belle d’Italia, hanno lentamente innalzato il nostro Appennino e con esso il margine meridionale dei depositi sedimentari orizzontali, formatisi sul fondo dell’antico golfo padano, rendendoli così obliqui.
In particolare tali effetti sono ben visibili nel territorio di S.Polo e di Quattro Castella, dove sulle cime dei primi colli troviamo quel che resta dei depositi pleistocenici, sia di origine continentale che di costa marina, mentre, più in profondità, troviamo quelli pliocenici ricchi di fossili marini anche di mare relativamente profondo, ben visibili nei primi calanchi volti a sud oppure sul fondo del letto dell’Enza a S.Polo e su quello del Crostolo a Puianello.
A S.Polo negli ultimi anni, la fortuna ha voluto che i sondaggi archeologici fatti eseguire dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna al Gruppo Archeologico “VEA” sul colle di S.Stefano alla ricerca dei resti dell’omonima chiesetta (poi individuata e in parte esplorata) riportassero in luce una struttura naturale di particolare significato per il passaggio fra pliocene e pleistocene. Essa per la sua forma (simile a quella di un muro) e consistenza (ciottoli cementati naturalmente) fu inizialmente considerata un manufatto medievale.
Tale emergenza che richiederà l’intervento di geologi, sedimentologi, quaternaristi e palinologi esperti per essere studiata in modo appropriato è stata da me riconosciuta, preliminarmente ripulita e rilevata con l’ausilio dell’amico Paolo Montanari e del Gruppo Archeologico “VEA”: essa è particolarmente funzionale ad una lettura diacronica del territorio che affondi le sue radici nel tempo più remoto della storia dell’uomo.
Qui infatti, per la prima volta nel reggiano e forse in Emilia, è stata messa in luce una sequenza stratigrafica che si pone nella fase terminale del mare padano, prima che i sedimenti fluvio-glaciali lo trasformassero in laguna, quindi in una piana con grandi laghi (vedi IF marzo 2007 ) ed, infine, nell’attuale spessa coltre alluvionale sulla quale viviamo.
La sequenza di S. Stefano è costituita da strati alterni di ghiaie e sabbie dove le sabbie di un colore giallo sbiadito sono caratterizzate dall’assenza di mica e dalla presenza di quarzo, feldspati e minerali pesanti: sembra perciò trattarsi di sabbie che hanno subito un complesso processo di deposizione. Le ghiaie in alcuni livelli sono di pezzatura modesta, in altri sono costituite da blocchi decimetrici: in ogni caso sono tutti litotipi estremamente duri e fra questi spiccano ciottoli pseudo-sferici di selce di diametro più o meno grande ma comunque estremamente più piccolo di quello della massa generale. Negli strati di sabbie non sono contenuti fossili marini, ma alla base di uno di questi, negli interstizi del sottostante strato a ghiaie (quello con i ciottoli più grandi) è stato rinvenuto un bell’esemplare di Clamys, al tetto di un altro è stata raccolta un’Ostrea, mentre diverse impronte di tali molluschi sono state individuati sulla superficie delle pietre di maggior dimensione. All’interno di uno strato di argilla limosa, posta sopra alle sabbie e documentante depositi di un piccolo corso d’acqua che sfociava in quell’antico mare, ho raccolto impronte di foglie e alcune conchiglie di gasteropodi e di lamellibranchi (telline) litoranei.
Qui a S. Stefano ci troviamo di fronte agli episodi di ingressione (mare che invade il continente-piede di scogliera) e regressione (mare che si allontana dal continente-spiaggia) dell’ultimo mare padano. Evento che dovrebbe collocarsi a circa 1.600.000-1.700.000 anni da oggi, in un momento, quindi, in cui, fino ad ora, in Italia non è ancora documentata la presenza del genere Homo.
Ma ciò che più ci interessa, a tale proposito, è l’abbondanza, a S.Stefano, e, di conseguenza, sui primi rilievi dell’Appennino Emiliano, di ciottoli passibili di scheggiatura da parte dell’uomo preistorico e di facile reperibilità, soprattutto sul fondo dei torrenti che incidono i colli: là l’erosione asportando le sabbie ha concentrato i ciottoli. Teniamo inoltre conto che almeno una parte dei noduli di selce presenti nel pedeappennino (quelli a pasta rossa) sono stati considerati da Antonio Veggiani, uno studioso romagnolo, come risultanti dell’erosione selettiva dei depositi calcarei marchigiani poi trasportati dalle correnti marine lungo il litorale fino all’Emilia. Ora, visto che stanno all’interno di depositi con una pezzatura così grande da non poter essere trasportati dalle correnti litoranee, dobbiamo pensare che a monte dei nostri colli esistessero alla fine del pliocene affioramenti di rocce arenaceo-calcaree percorsi da lenti e noduli di selce. Affioramenti poi distrutti dagli agenti atmosferici ma della quale resta traccia negli strati di ciottoli e selce che ho descritto.
Tutto ciò si rivela di notevole interesse se si pensa che, già nell’Ottocento, Pellegrino Strobel associava la presenza delle stazioni paleolitiche da lui rinvenute nel territorio di Traversetolo alla presenza di risorse lapidee di ottima qualità.
Questa alternanza di sabbie e ciottoli a frattura concoide presente in buona parte dell’Appennino emiliano-romagnolo rappresentava infatti quasi certamente il più importante giacimento primario di rocce adatte alla produzione di strumenti preistorici di tutta la regione. Grazie all’erosione i ciottoli venivano trascinati verso la pianura e quelli più resistenti e meno fessurati venivano selezionati dagli agenti atmosferici, pertanto gli uomini dell’età della pietra e, in seguito, anche quelli dell’età del rame (che fecero largo uso di questi ciottoletti), dovevano solo raccogliere gli esemplari più idonei alla lavorazione e trasportarli nelle loro officine litiche per creare quegli affascinanti manufatti che oggi occasionalmente rinveniamo.
A esplorazione ultimata, con i ruderi della chiesetta riportati in luce e con le strutture geologiche ben ripulite, provai assieme a Walter Ferrarini, presidente del Gruppo Archeologico “VEA”, a sensibilizzare i politici locali (e non solo) onde poter coprire con una tettoia il sito e renderlo fruibile al pubblico. Non se ne fece nulla. Forse la colpa fu della spiaggia. Proprio fossile doveva essere? Su una spiaggia attuale ci sarebbero stati ben altri interessi, credo!