Pubblicato su IF n°47
20.04.2009
Antiche Carte / E Garibaldi battezzò i bimbi reggiani
Esattamente centocinquant’anni fa si andava spegnendo la lunga dominazione estense sul territorio reggiano, iniziata - dopo una precedente e breve esperienza - con il duca Nicolò III nei primi anni del Quattrocento e conclusasi con la fuga di Francesco V nel giugno del 1859, una fuga che la credenza popolare aveva voluto fosse stata preannunciata l’anno prima dall’apparizione di una cometa con una splendida coda.
I liberali reggiani avevano seguito con trepidazione il susseguirsi tumultuoso e favorevole degli avvenimenti: il 26 aprile di quell’anno Cavour, il vero artefice diplomatico dell’Unificazione, aveva respinto l’ultimatum dell’Austria e dichiarato guerra all’impero austro-ungarico.
Il 9 giugno gli alleati Vittorio Emanuele II e Napoleone III, battuto il nemico in diversi scontri sul campo, entrarono trionfalmente a Milano. Le sanguinose battaglie di Solferino e San Martino del 24 giugno successivo avrebbero completato l’azione vittoriosa, alla base dell’armistizio di Villafranca sottoscritto l’11 luglio. La guerra guerreggiata si era conclusa in poco più di due mesi.
Nel frattempo Reggio conquistava la propria indipendenza allorché nelle prime ore dell’11 giugno l’esercito estense lasciava la città assieme al rappresentante del governo Enrico Mazzari Fulcini. Sventolio di bandiere tricolori e acclamazioni popolari accompagnarono l’insediamento del nuovo comitato governativo. Martedì 14 giugno, mentre giungevano i primi soldati piemontesi scesi dal Cerreto, partì per Torino una delegazione formata da Luigi Chiesi, Prospero Viani e Pietro Bolognini, tre eminenti personalità del patriottismo locale, che sarebbero stati ricevuti dal conte di Cavour e dal re Vittorio Emanuele.
Alla bandiera bianca e azzurra del duca di Modena si sostituiva il Tricolore nato a Reggio. Il 19 giugno fu accolto dalla città il commissario regio Luigi Carlo Farini, futuro presidente delle Consiglio dei ministri. Il 18 e 19 agosto venne a Reggio Garibaldi e all’«eroe dei due mondi» le donne di Santa Croce portarono i loro bimbi per farglieli battezzare civilmente, e quei bambini divennero sacri per il “popolo giusto” del quartiere, tanto che, se venivano toccati, si era redarguiti con un “làsa stêr col ragâz cl’è stèe badzèe da Garibaldi”.
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